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Quartiere di Villanova

Itinerario quartiere di Villanova

Dove ora si trova la piazza Costituzione un tempo si apriva porta Villanova che metteva in comunicazione il quartiere con quello di Marina.

La piazza, nei secoli, ha avuto molteplici utilizzi. Tra le altre cose quello di immondezzaio e di esecuzioni pubbliche. Tutto l'impianto delle mura che circondavano Villanova è praticamente scomparso. Rimane solo il tratto che costeggia viale Regina Elena alta che prende il nome di Terrapieno (la cui prima sistemazione di viale alberato risale al 1839).

Un occhio attento potrà riconoscere nei terrazzamenti lo svolgimento delle vecchie fortificazioni. Lungo il suo percorso si possono notare alcuni interessanti villini costruiti tra il 1922 e il 1928 (villini Caria, Olivieri, Manca di Nissa, Schinardi, Macciò). Alla fine del viale, in corrispondenza della curva che porta a S'Avanzada, si trovano i Giardini Pubblici.

Luogo di grande bellezza e tranquillità, custodisce al suo interno un edificio neoclassico oggi sede della Galleria comunale d'arte (dispone di circa 650 opere, databili a partire dalla metà dell'800 fino al termine del XX secolo, con artisti del calibro di Moranti, Semeghini, Boccioni, Severini, De Pisis, Carrà e altri ancora).

Limite orientale del borgo era l'attuale via Garibaldi alla quale si accedeva attraverso alcune porte. Il quartiere fu l'ultimo ad essere urbanizzato a partire dal XIII secolo, ed il suo sviluppo fu molto lento. Ancora nel XVI secolo la sua conformazione era quella tipica di una borgata agricola, con edifici privati che si intervallavano a grossi appezzamenti di terreno tenuti ad orto.

Verso oriente e verso nord vi era la campagna aperta con visibili in lontananza le chiese isolate di S. Lucifero, S. Saturno e la ancor più lontana chiesa di Bonaria. Eppure doveva trattarsi di un borgo densamente abitato e industrioso. Basta dare uno sguardo alle numerose chiese che si addensano una vicina all'altra. Gli abitanti di Villanova erano contadini per lo più, ma anche artigiani e mercanti. Una tradizione, invero tutta da verificare, vorrebbe che i primi residenti della zona altri non fossero che conversos, ossia giudei cristianizzatisi al fine di sfuggire le persecuzione e l'ordine di esilio impartito loro dal re di Spagna.

Da piazza Costituzione a piazza S. Giacomo
Addentrarsi nella zona storica di Villanova è molto suggestivo. Dalla piazza Costituzione s'individua subito il tronco discendente della lunga via Garibaldi. Proprio di fianco allo storico Antico Caffè (ex Caffè Genovese, aperto nel 1838) troviamo la via Sulis (s'arrughixedda) che percorriamo lambendo alcuni palazzi di un certo pregio. Nei pressi (al n.85) si incrocia un locale caratteristico (L'Archibugio) noto per i suoi piatti medievali.

Tenendo la destra sbuchiamo nella piazza S. Giacomo, normalmente intasata di automobili in sosta. Subito notiamo il complesso della chiesa omonima e degli Oratori connessi. La cosa forse più notevole del prospetto è il campanile della chiesa di S. Giacomo, costruito tra il 1438 ed il 1442 (rimase parzialmente danneggiato durante il bombardamento di Cagliari da parte dei francesi nel 1793). Nel 1640 vi era stata aggiunta una cuspide piramidale, recentemente rimossa, per proteggere le scolte che dall'alto vegliavano sui sonni degli abitanti del quartiere.

La facciata della chiesa, la cui prima menzione risale al 1346 (ma doveva essere certamente più antica), venne risistemata su progetto del Cima nel 1838. Pare che i lavori subissero degli intoppi a causa della mancanza di fondi adeguati. In origine doveva essere diversa da come la vediamo oggi, con un'unica navata divisa in cinque campate, coperta da volte a botte e provvista di cinque cappelle per lato. Gli arredi interni erano particolarmente ricchi e databili per la maggior parte al XVIII secolo.

Oggi si possono ammirare l'altare maggiore (incerta attribuzione al Franco), il Tabernacolo del Santissimo, opera di ignoto di area basso laziale, databile al 1494/1503, l'altare del Santo Cristo opera di B. Franco, la fonte battesimale (1766, M. Spazzi). Particolarmente venerato il Crocifisso che nel 1602, portato in processione a causa di una grave siccità, si ritiene operasse il miracolo della pioggia.

Al fianco della chiesa, subito sulla sinistra si erge l'Oratorio della Anime purganti, costruito tra il 1699 ed il 1709, che fu sede della Confraternita delle Benedette Anime del Purgatorio. Immediatamente dopo troviamo l'Oratorio di SS. Crocifisso eretto grazie ad un lascito testamentario di una certa Petronilla Murgia nel 1818.

Con questo la dama cagliaritana intese beneficiare i confratelli del SS. Crocifisso (fino a quel momento installati nella cappella del Crocifisso nella chiesa attigua) imponendo di costituire un oratorio in un luogo al fianco della chiesa di S. Giacomo fino al quel momento utilizzato come cimitero. Al suo interno si trovano sette statue lignee del Lonis (1758), che tutt'ora sfilano durante le processioni della Settimana Santa. Dando uno sguardo d'insieme alla piazza possiamo vedere come il contesto, sicuramente affascinante, potrebbe essere certamente sistemato in maniera più consona.

Dal vico Sulis alla via S. Giovanni
Da piazza S. Giacomo risaliamo sulla sinistra in vico II Sulis (notare l'interessante palazzo al n.16) verso le scalette che si affacciano sul prospetto laterale del palazzo Valdes e sull'attigua piazza Marghinotti. Vediamo sull'altro lato della strada la mole del Bastione e della passeggiata Coperta. Poco più in là si aprono dei cancelli che immettevano nell'ex vivaio comunale e che conducono all'attuale ascensore che innalza fino alla Terrazza Santa Caterina.

Girando sulla destra prendiamo la via S. Giovanni ( già menzionata con questo nome in documenti del 1415). Ricca di fascino e con una miriade di casette basse a uno o due piani, con tetti in mattoni ed alcuni bei balconi in stile liberty, è il vero cuore del quartiere. Terminava (come del resto Villanova) nei pressi della chiesa S. Cesello dov'era la porta Cavaña. La parte finale della via veniva denominata fino alla fine dell'800 via del Leone ( acausa di tale animale scolpito nello stemma affisso alla cosiddetta domu de su lioni di proprietà dei Carroz).

Raccordata alla sottostante via dei Piccioni e alle soprastanti vie Giardini e S. Saturno da quattordici vicoli impreziositi da alcune graziose scalinate, anticamente ognuno di questi passaggi aveva un proprio nome (dell'Amicizia, Bello, dei Colombi, dei Fiori, delle Fontane, dei Fratelli, di Mezzo, dei Molini, della Rosa, della Scala, Vecchio), mantenuto fino all'800. Poco oltre c'era la zona campestre di Is Istelladas, così detta dalle greggi che vi si facevano pascolare, e quella di Carreras. Sulla sinistra, all'entrata della via, troviamo l'imponente facciata neoclassica del palazzo Atzeri, costruito nel 1909. Edificio poderoso, e pretenzioso, con inserti liberty si sviluppa fino al Terrapieno.

La chiesa di S. Giovanni
Proseguendo oltre troviamo la chiesa di S. Giovanni (n.83), sicuramente di impianto medievale (XIII secolo), ma attestata per la prima volta nel 1415. L'esterno è molto semplice e probabilmente posteriore al 1861. Il campanile, abbastanza modesto, fu forse edificato nel 1893. L'interno è decisamente più ricco, composto da una navata unica e volta a botte con tre cappelle per lato. Tra le altre cose l'altere maggiore, forse opera di B. Franco, un organo a canne del 1753, mentre nella terza cappella di sinistra è sistemato il Cristo crocifisso che viene portato in processione il Venerdì Santo seguendo un rituale immutato da secoli.

Nella seconda cappella di destra si può ammirare la Madonna della Solitudine (XVII secolo), anch'essa portata in processione il Venerdì Santo. L'impianto subì degli interventi nel XVII secolo. In quell'epoca, precisamente nel 1639, dalla chiesa di S. Bardilio ubicata alle pendici del colle di Bonaria, vi si trasferirono i Trinitari dell'arciconfraternita della Solitudine, il cui scopo era quello di riscattare i cristiani caduti in mano dei saraceni. Danneggiata da un incendio nel 1750 venne prontamente ricostruita grazie alle sollecite sovvenzioni dei privati e degli abitanti del quartiere.

La chiesa di S. Cesello
Ripresa la via, sulla sinistra (al n. 212), troviamo la chiesa di S. Cesello, costruita nel 1702 e anticamente sede del Gremio dei bottai e degli scaricatori di vino (trasferitisi qui dalla chiesa di Sant'Antonio). Nelle attuali via Giardini e via La Vega infatti esistevano parecchi vitigni,mentre tutta l'area, al di fuori della porta che qui nei pressi si apriva, era ricca di campi coltivati. All'interno, dimesso come la facciata, si trova un quadro di particolare importanza. La tela, raffigurante la cattura del martire Lussorio, è l'unica testimonianza iconografica della demolita (ca. 1833) porta Cavaña o Cabana (dal nome della cesta in uso presso i contadini per trasportar merci secondo alcuni, dal gentilizio di una famiglia secondo altri).

La porta suddetta, costruita come sembra in epoca pisana, era particolarmente importante perché segnava il confine tra la città e i territori del feudo dei conti di Quirra. La decadenza del Gremio coinvolse pure la loro chiesuola, finché nel 1951 non venne affidata alle suore Adoratrici perpetue del SS. Sacramento il cui piccolo convento si sviluppa nel retro della chiesa. Poco oltre, all'incrocio tra le vie Bacaredda e Ciusa, fino agli '20 del secolo scorso si trovavano i limiti orientali della città

La chiesa di S. Mauro
Superata la chiesa, sulla sinistra, in uno slargo, notiamo il piccolo palazzo Salis, oggi sede della Circoscrizione, in stile neoclassico. Da questo punto in poi la via si biforca. La parte superiore porta alla via Giardini, la parte inferiore continua la via S.Giovanni. AL n. 259 noteremo il portale neoclassico della casa Congiu.

Andando oltre incontriamo la chiesa di S. Mauro con l'annesso convento dei Francescani Osservanti. Il sito era anticamente occupato dalla chiesa della Vergine della Salute, immersa negli orti tipici della zona. Venne edificata grazie al lascito del pio Francesco Gaviano. A navata unica con volta a botte, è arricchita da tre cappelle per lato. Il complesso, principiato nel 1646 si poteva dire determinato già nel 1650. L'intitolazione ad un santo che nulla aveva a che fare con la tradizione francescana si dovette alla scoperta avvenuta nel 1620 nell'area della basilica di S. Saturno dei corpi dei sedicenti martiri Mauro e Lello.

Tra l'altro, un'inveterata tradizione, ben anteriore al 1620, voleva S. Mauro originario di Cagliari. Vennero chiamati ad abitarlo i francescani più famosi per la propria integrità, detti Recolleti. Poiché il loro numero era esiguo furono chiamati anche alcuni Minori Osservanti del convento di Gesù (dove oggi sorge l'ex manifattura Tabacchi). Dopo quattro anni la direzione del convento passò proprio a costoro. Nel 1717, all'indomani del cardinale Alberini che dal mare assediava Cagliari nel vano tentativo di riportarla sotto l'orbita spagnola, i frati vi portarono le spoglie mortali del beato Salvatore da Horta (sacrificato nel 1938). Qui rimase fino al 1758 quando i frati ottennero una nuova sede nella chiesa di S. Rosalia. Sopravvissuto alle leggi sulle abolizioni degli ordini (1866) e restaurato sulla fine del XIX secolo oggi il convento è parte viva della città e sede di una comunità di recupero per tossicodipendenti.

Da via S. Mauro a piazza S. Rocco
Proseguendo incrociamo via S. Mauro (al cui n.3 si trova la facciata del villino Usai, edificato nel 1929 in stile liberty). Da qui via S. Giovanni entra in comunicazione con via S. Rocco (un tempo via Is Istelladas). L'area amena e piacevole nel corso del '700 fu interessata dall'edificazione di varie ville.

La villa Vivaldi Pasqua (con accesso posteriore sulla via S. Giovanni) venne costruita nel XVIII secolo dal duca di S. Giovanni e marchese di Villaclara Pietro Vivaldi Pasqua. Con l'adiacente Villa Calvi, fu ereditata al principio del XX secolo dai Cao di S. Marco. Uno di loro nel 1915 costruì il mobilificio il cui ingresso si trova in via S. Rocco.

Nel vicolo XII si trova il prospetto del Cinema Titino, aperto nel 1925 e chiamato così dal nome del suo proprietario. All'incrocio col vicolo XIV, discendente da via Tristani, si trova il villino Maria (oggi proprietà dei Gessa), edificato ai primi del XX secolo, mentre più avanti si trova l'istituto della Purificazione di Maria Santissima, con annessa una moderna chiesuola.

Sul lato opposto invece si scorge il muro di cinta della casa che fu di Ottone Bacaredda (sindaco di Cagliari a più riprese fra il 1890 e il 1922). Nel suo tratto finale la via s'interseca con via Bacaredda che percorriamo in direzione meridionale costeggiando i muraglioni di cinta delle ville sopra menzionate.

Arriviamo così alla piazza S. Rocco. Superato il villino Santa Cruz (costruito nel 1923) e la farmacia attigua, nascosta in un violetto c'è sulla destra la salita che conduce alla chiesa di S. Rocco (al n.1, ma accessibile anche da S. Mauro n.15 ove si trova l'entrata dell'associazione Oscar Romero), semplice struttura ad unica navata e con un piccolo campanile. Antica sede del Gremio dei lattai, sorta in data imprecisa ma probabilmente intorno al XVII secolo (forse all'indomani della peste che infuriò a Cagliari a metà del '600).

Da segnalare, oltre agli arredi interni databili al XVIII e XIX secolo, l'altare ligneo e due curiose palle di cannone forse recuperate dopo il bombardamento del 1793 ed infisse nell'arco mediano. Tra alterne vicende la chiesa vide il gremio sciogliersi nel 864, quindi un successivo decadimento fino al recupero nel dopoguerra, allorché fu utilizzata anche come sede di opere caritatevoli.

La chiesa di S. Domenico
Da piazza S. Rocco risaliamo sulla destra in via Ozieri. Passiamo attraverso uno stretto incrocio di vie che presentano muri di recinzione alquanto rovinati, per svoltare poi sulla sinistra nella piazza S. Domenico.

Qui si trova appunto la chiesa di S:Domenico con una brutta facciata ricostruita all'indomani dei bombardamenti del 1943 e sostituente la precedente in stile gotico. Il chiostro aragonese e la bella cappella del Rosario furono ricostruiti in stile, mentre sovrastante venne edificata la chiesa nuova.

La storia di questo luogo ha comunque origini molto più antiche. Nei pressi della chiesetta di S. Anna di Villanova, tra il 1276 ed il 1290, si stabilì un gruppo di domenicani arrivati in Sardegna nel 1254. Col passare del tempo la comunità si allargò e si arricchì, tanto che i locali precedenti non bastarono più. Alle soglie del XVI secolo il complesso poté dirsi concluso. I domenicani furono infaticabili difensori dell'ortodossia cattolica, propugnatori del pugno di ferro con gli eretici e dunque naturali veicoli dell'Inquisizione che ebbe in loro strumenti indefessi. Al fianco della chiesa nel 1580 sorse la Cappella del Rosario (opera di Michele e Gaspare Barrai), quella poi ricostruita con rispetto delle proporzioni originali.

Da segnalare la presenza curiosa di un drappo di tela che si dice essere il vessillo di un tercio di soldati sardi presenti alla battaglia di Lepanto del 1571. Da visitare anche il chiostro.

Da piazza S. Domenico a via Eleonora d'Arborea
Uscendo dalla chiesa e lasciata sulla sinistra l'ampia scalinata proseguiamo diritti fino alla piazza che si apre di fronte ai nostri occhi, divisa da un'aiuola che separa le vie confluenti S. Giacomo e S. Domenico.

Prendiamo dunque la via XXIV Maggio che discende verso la via Garibaldi, un tempo arroga de is Argiolas, cioè delle aie, per la presenza nella zona, come sappiamo, di molteplici spazi verdi.

Nel secondo vicolo a sinistra un tempo si apriva il portico Romero, connesso naturalmente col sistema difensivo di Villanova che proprio qui aveva il suo fronte con il contado. La via attuale, affollata di negozi, presenta una sequenza di edifici abbastanza omogenei, la maggior parte dei quali ben tenuti.

Arriviamo ad una biforcazione sulla sinistra, la via Oristano, anticamente arroga de is Panetteras, mentre poco più sopra si snoda la lunga via Eleonora d'Arborea interessante per alcuni edifici del principio del '900.

In realtà Villanova sarebbe già terminata ancor prima di addentrarci in questa direzione, ma connesse al quartiere sono anche alcune strutture che si sono sviluppate extra moenia (chiesa di S. Lucifero, basilica e area archeologica di S. Saturno, zona di Bonaria).

Piazza Garibaldi
Utilizziamo come punto di partenza piazza Garibaldi. La zona fu edificata a partire dal 1896. Prima di questa data costituiva il limite estremo di Villanova, proprio alle spalle della chiesa di S. Domenico e delle modeste casa che vi si affollavano attorno.

Per l'erezione della scuola Riva (pensata nel 1912), il cui prospetto conferisce monumentalità alla piazza, vennero abbattute parecchie di quelle casupole ed utilizzato parte del terreno precedentemente incamerato dallo stato ai danni del convento. Tuttavia vari intoppi burocratici e la restituzione dell'area ai monaci fece slittate e modificare il progetto, così che solo nel 1926 venne consegnata una prima tranche dei lavori (completata nel 1930). Questa scuola è legata ai ricordi di molti anziani non solo del quartiere, ma di tutta Cagliari. La maggior parte degli altri edifici sarà costruita negli anni '30 e '40 del XX secolo.

Via Sonnino
Dalla piazza proseguiamo per via Sonnino. Anticamente la strada, ora importante arteria cittadina, si chiamava via Nuova e sorse a partire dalla fine del XIX secolo.

Alla metà dell' 800 nell'area in questione, oltre alle chiese di S. Lucifero e di S. Saturno, si potevano vedere solo il Mattatoio (costruito nel 1844), il gasometro (edificato nel 1868) ed ancora più lontani l'area cimiteriale di Bonaria e la Basilica omonima (che nei primi anni dell' 800 fu unita all'attuale viale Regina Margherita con una strada chiamata appunto di Bonaria)

La parte finale della contrada era occupata da una zona dove si tenevano esercitazioni militari. A partire dall'ultimo ventennio dell'800 si cominciò ad edificare e di pari passo ad aggiornare la sede stradale secondo i moderni criteri di costruzione. Sorsero stabilimenti commerciali, negozi, infrastrutture. La tramvia cominciò a collegarla al resto della città a partire del 1893. Solo negli anni '20 ebbe l'intitolazione attuale.

Percorrendola possiamo notare il bell'edificio che ospita la locale legione dei carabinieri (1933) sotto il quale, secondo alcuni , si trovava un cenobio o convento dei monaci al seguito di Fulgenzio di Ruspe (principio VI d. C.), e subito dopo il Parco delle Rimembranze, dedicato ai caduti della grande guerra (1935).

La chiesa di San Lucifero
Svoltando sulla sinistra entriamo nella via omonima in direzione della barocca chiesa di S. Lucifero, il cui semplice prospetto dà direttamente sul retro del Parco ed è costituito da un portone affiancato da colonne recuperate da qualche costruzione classica. Due stemmi, uno sul portale di facciata, l'altro sull'ingresso secondario laterale, rappresentano le armi civiche rispettivamente in epoca sabauda e in epoca aragonese. L'interno si presenta a croce latina e navata unica, con tre cappelle per lato.

Al di sotto del transetto sinistro si trova la cripta ove si rintracciarono le tombe dei santi Lussorio, Cesello e Camerino. Sotto il presbiterio e il coro si trova la seconda cripta, dove è collocata la tomba di S. Lucifero. L'edificio attuale sorge su strutture molto più antiche, databili al IV secolo d. C., così come il vicino martyrium di S. Saturno.

Tutta l'area, sia la chiesa che dell'attigua basilica, di elevato interesse storico e archeologico, era costituita non solo da costruzioni religiose, ma anche da aree cimiteriali.

Fu proprio in questa zona che, nel XVII secolo, si accese la febbrile corsa per riportare alla luce i corpi dei martiri di epoca tardo romana che si credeva fermamente fossero stati sepolti qui. Le centinaia di spoglie ritrovate vennero trasferite in Cattedrale, oppure trafugate, ma oggi è difficile stabilire quante fossero effettivamente quelle da attribuire all'epoca delle persecuzioni. Qui si stabilirono alla fine dell'XI secolo i monaci di San Vittore di Marsiglia che ebbero come sede pure la basilica. Sicuramente restaurarono le opere preesistenti e vissero tranquilli e benvoluti finché non ne furono cacciati nel 1444.

All'alba del '600 la chiesa abbisognava di urgenti restauri. Fu proprio grazie alla ricerca dei corpi dei martiri che all'attenzione pubblica si rivelò lo stato d'abbandono della chiesa e la volontà di esigere un monumento che fosse degno del santo.

L'architetto Perez costruì sulle rovine del sito una nuova chiesa (1646) che inglobò le zone cimiteriali sottostanti e la tomba del santo. I lavori si conclusero tra il 1682 ed il 1682 ed il 1692 (portale). Officiata a più riprese da francescani e trinitari, abbandonata nel 1803, inglobata nell'ospizio adiacente nel 1826, dal 1891 tornò ad essere parrocchia e si avviarono i lavori di recupero. Sul lato dell'ingresso laterale si sviluppò un edificio che divenne sede di convento e di luogo per l'educazione dei giovani.

La struttura, risalente alla fine del XVII secolo, fu occupata nel 1769 dai Trinitari. Passato di mano in mano, trasformato nel 1826 in ospizio per i poveri, nel 1907 divenne Regia Scuola Industriale, per poi trasformarsi in Istituto Tecnico Industriale.

La basilica di S. Saturno
Nella piazza antistante vediamo la basilica di S. Saturno, intorno alla quale si trova una necropoli di alto valore storico, sicuramente collegata con quella che si trovava sul pendio del colle di Bonaria. Si trattava di zone cimiteriali pagane riutilizzate in epoca cristiana. Nella zona settentrionale rispetto alla basilica sono state rinvenute tombe a mausoleo, a cappuccina, a cupa, a sarcofago.

La basilica sorse verosimilmente nel VI secolo, forse su iniziativa di quei vescovi africani esiliati sotto il re vandalo Trasamondo (tra loro Fulgenzio di Ruspe), su un luogo già adibito a culto cristiano (il martyrium di S. Saturno). La parte cupolata dovrebbe risalire infatti al V secolo. Comunque il luogo divenne molto frequentato e parecchi cagliaritani scelsero di esservi inumati.

La basilica fu donata, con la chiesa di S. Lucifero, ai monaci di San Vittore di Marsiglia nel 1089, ai quali si devono degli interventi protrattisi fino al 1119. Parzialmente smantellata nel XIV secolo, nel 1444 passò all'arcivescovado di Cagliari. Ristrutturata e riconsacrata nel 1487, rimaneggiata ancora durante la ricerca dei corpi dei martiri (primo trentennio del XVII secolo), venne poi nuovamente abbandonata. Dopo che i cavatori di pietra ne predarono le strutture, quel che ne rimaneva passò nel 1714 alla confraternita che raccoglieva medici e speziali (intitolata ai santi Cosma e Damiano, onde per cui fino al principio del '900 la chiesa fu di conseguenza denominata).

Acquistata dallo stato nel 1915 è stata recentemente restaurata e valorizzata. Dinanzi all'ingresso sono state rinvenute tracce di un pozzo, forse connesso a dei culti funerari pagani. Nel cortile esterno è stato collocato un sarcofago con epigrafe di un certo Bonifatius che si credette essere un s(anctus) m(artyr). In realtà il testo deve sciogliersi s(ancatae) m(emoriae).

Dal Cimitero alla Basilica di Bonaria
Riprendendo il cammino ci dirigiamo verso viale Cimitero e notiamo le mura di cinta del Cimitero monumentale di Bonaria, al cui interno si possono trovare pregevoli cappelle e opere funerarie risalenti per lo più alla fine del XIX secolo. Venne inaugurato nel 1828, allorché fu resa esecutiva la proibizione di inumare i defunti nelle aree sepolcrali antistanti le chiese (e dunque interne all'abitato). Duole vedere le memorie di tanti defunti lasciate in uno stato di abbandono colpevole.

Dalla piazza Cimitero risaliamo le pendici del colle scorgendo i resti di quella necropoli che, attivata in epoca precristiana, ebbe lunga vita. Arriviamo così di fronte alla basilica di Bonaria, luogo di culto tra i più amati dai cagliaritani.

Un tempo nel luogo si trovavano paludi e campi. Qui nel 1323 si sviluppò un insediamento aragonese contrapposto al Castellum Castri occupato dai pisani e che venne rapidamente abbandonato dopo la conquista della città (ufficialmente rimase capitale del regnum Sardiniae et Corsicae fino al 1336). Il nucleo originario, edificato proprio tra il 1324 ed il 1326, cominciò a svolgere un ruolo di importanza primaria a partire dal 1370 allorché i padri mercenari recuperarono da un naufragio il simulacro della Madonna col Bambino. Tuttavia passò parecchio tempo prima che la chiesa, originariamente con copertura lignea, ad unica navata e con cappelle laterali, divenisse oggetto di ingrandimenti.

Tra il 1722 ed il 1778 furono intrapresi i primi radicali lavori (in realtà la basilica poté dirsi completamente compiuta solo nel 1960!). Oggi si presenta con struttura a tre navate, voltata a botte, cupola insistente sul transetto, mentre il prospetto è frutto dei lavori iniziati nel 1895. nella parete destra, vicino al presbiterio, si trova la Vergine col Bambino (di artista catalano del XIV secolo) e nei pressi della seconda cappella ciò che rimane di un più ampio retablo, attribuito a Michele Cavaro.

La Basilica, sul cui lato si è sviluppato un complesso religioso che ingloba una torre aragonese (unico resto delle fortificazioni erette dai catalani a difesa del loro insediamento), possiede anche un museo che contiene svariati ex voto, opere di interesse artistico e tre singolari mummie, da attribuire a parenti della famiglia dei signori di Villasor.

Da viale Diaz al colle di S. Elia
Scendendo lungo la scalinata che immette verso la cosiddetta piazza dei Centomila (in realtà Piazza Paolo VI), prendendo il lungo viale Armando Diaz e continuando per viale Poetto ci instradiamo verso la zona balneare della città.

Oltre troveremo la famosa spiaggia tanto amata dai cagliaritani, alle cui spalle si stagliano le Saline e lo stagno di Molentargius con le colonie di fenicotteri rosa.

Se invece, da viale Diaz proseguiamo sulla via S. Bartolomeo entriamo nella zona omonima. L'area, già abitata dai romani, era detta anticamente di Lluc, dal nome di una chiesuola dedicata alla Vergine di Lluc (eretta nel 1679 sotto il patronato dei notai ed oggi scomparsa all'interno di un edificio privato).

Arriviamo alla chiesa di S. Bartolomeo, del XVII secolo, modificata nel 1678, al cui interno vi sono alcune interessanti opere d'arte. Da segnalare due tele di Francesca Cannas Verdum, una delle poche pittrici donne note nel panorama artistico del '600 sardo. Nella piazza notiamo una fontana (1857) e poco discosta si può vedere la struttura della Caserma Cascino, costruita nel 1841-42, come casa di pena.

In zona, tra le strutture militari che fittamente occupano l'area e il borgo di S. Elia, si trova il Lazzaretto. Edificato al tempo di Filippo IV di Spagna, ed utilizzato come luogo di ricovero degli appestati, restaurato nel 1835 (su progetto dell'Alberti), venne trasformato nel 1879 in ospedale, prima pediatrico, poi per i malati di tifo. Ristrutturato recentemente è stato adibito a sede di mostre ed eventi culturali.

Da visitare anche il forte S. Ignazio, costituito sul colle di S. Bartolomeo nel 1789. Nel 1793 contrastò le navi dell'ammiraglio Trguet che intendeva sbarcare un contingente di fanterie e conquistare Cagliari. Abbandonato già nel 1804 fu utilizzato come struttura secondaria del Lazzaretto e rivalorizzato solo in periodo fascista come postazione militare. Attualmente risulta in stato di totale abbandono.

Ancora oltre, nella parte terminale del promontorio del colle di S. Elia, si erge la torre di S. Elia (detta anche Torre Calamosca). Di antica costruzione (pare fosse in situ già nel 1282), nel 1638 gli venne affiancato un fortino con lo scopo di potenziare le difese di quel tratto costiero. Poco oltre si trova il Faro (del 1859). 

Fonte: Cagliari - Guida della città - Autore Riccardo Mostallino Murgia - Zonza Editori