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Lunedì 25 Settembre 2017

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Ricordo di Francesco Alziator in Municipio

Il presidente del Consiglio Comunale, Guido Portoghese, ha ricordato in occasione del quarantesimo anniversario della scomparsa, l'illustre letterato e antropologo sardo
Ricordo di Francesco Alziator in Municipio
Ricordo di Francesco Alziator in Municipio

Si è svolta ieri pomeriggio in apertura della seduta del Consiglio Comunale nel Palazzo Civico di Cagliari, la cerimonia di commemorazione di Francesco Alziator..

Questo il testo integrale del discorso del presidente Portoghese:


Partecipando, per quel che ho potuto, alla preparazione della serata in onore di Francesco Alziator, e sapendo di essere chiamato ad introdurre i lavori, mi sono posto evidentemente il problema di focalizzare il possibile taglio di un intervento d’apertura del presidente del Consiglio comunale. Perché di Alziator e di Cagliari è evidente che tratteranno, sotto vari aspetti, gli oratori portatori di una competenza specifica; ma a tanto anch’io non posso esimermi, sperando comunque di centrare l’argomento, attraverso un approccio, di necessità, più istituzionale. Ebbene, credo di aver trovato lo spunto in due scritti alziatoriani rivolti al Municipio, alle sue cose e ai suoi uomini. A cercare con pazienza, peraltro, sono convinto che molto altro avrei trovato.

Le “tavolette” dei Miliziani
Il primo del 1970 è un libretto di poche pagine, scritto come accompagnamento e presentazione di 12 tavole pittoriche di differente dimensione riproducenti le divise delle milizie di diverse zone dell’Isola: Laconi, Nuoro, Tortolì, Mandas, Monte Acutu, Anglona, Ploaghe, Posada, Monreale, Cabras, ed inoltre Scudieri e Invalidi – questi i titoli. Si tratta di una parte di un più cospicuo dono fatto dal re in esilio Umberto II di Savoia alla città di Cagliari e formalmente accettati dal Municipio – al tempo, dal sindaco Giuseppe Brotzu (e in continuazione Paolo De Magistris) – destinandoli all’istituendo Museo civico.
Egli ricorda, al riguardo, che “i miliziani costituirono, per molti secoli, una sorta di guardia nazionale isolana a reclutamento ed impiego territoriale. Prima dell’introduzione della coscrizione obbligatoria, tutti i Sardi, tra i venti ed i sessanta anni, di qualunque condizione sociale, dovevano far parte della milizia”.
Inutile dire delle gustose descrizioni offerteci da Alziator sia riguardo alla foggia e ai materiali degli abiti sia al contesto sociale da cui derivarono quelle divise. Aggiungo soltanto che questa specifica opera di Alziator riferita alle “tavolette” donate nel 1967 al Municipio di Cagliari fa il paio, sotto il profilo dei contenuti, con due altri lavori dello stesso autore, descrittivi dei costumi sardi variamente ambientati in scene di paese, contenuti nei volumi gemelli “La collezione Luzzietti” e “La raccolta Cominotti”, entrambe di proprietà della nostra università, ma che il Comune di Cagliari (sindaco Floris, assessore Pellegrini) poté esporre nei locali dell’Exma, in occasione dell’edizione 2007 della festa di Sant’Efisio.

Il Municipio di Bacaredda
L’altro importante scritto di Alziator che abbia un più diretto riferimento al Comune-istituzione oltre che alla città, è quello dedicato al sindaco-mito, a quel Bacaredda che governò Cagliari, sia pure con vari interregni, dalla fine del 1889 alla sua morte, nel dicembre 1921: un arco dunque di ben 32 anni.  
Credo che l’Amministrazione, certamente il Consiglio comunale oggi in carica celebreranno come dovrà essere, con tutta solennità, il centenario della morte di Ottone Bacaredda quando volgerà a spirare il proprio mandato di rappresentanza. Immagino che il prossimo Consiglio comunale procederà con opportune iniziative, in quel dicembre 2021. Noi comunque anticiperemo sicuramente l’evento nella tarda primavera.
E questa circostanza mi induce adesso a ricollegarmi alla memoria di Alziator associandola a quella di Ottone Bacaredda. Perché? Perché nel 1971, ricorrendo il cinquantenario della scomparsa del grande sindaco, l’Amministrazione civica – e per essa il sindaco Eudoro Fanti – promossero una pubblicazione “in memoriam”, con scritti sul profilo biografico, a firma di Giuseppe Della Maria; sull’amministratore, da parte di Paolo De Magistris; sul giurista (Bacaredda fu avvocato e professore di diritto commerciale all’università), da parte di Lino Salis; sul letterato (Bacaredda fu autore di poesie, novelle, romanzi e testi teatrali, oltreché del celebre memoriale “L’ottantanove cagliaritano”, riferito ai moti del 1906), da parte di Nicola Valle.
Ma incaricato di introdurre i quattro corposi saggi fu Francesco Alziator. Titolo del suo contributo: “La Cagliari di Bacaredda”. Ecco qui il primo nesso, direi doppio nesso, fra l’istituzione Comune e Alziator: doppio nesso per la committenza del saggio, che fu comunale; e perché ad essere celebrato, in uno alla sua città che visse allora stagioni di grande e positiva trasformazione, fu appunto il sindaco-mito, il sindaco liberale, o liberal-democratico.
Mi si concederà quindi di soffermarmi, ancorché brevemente, su tale scritto di Alziator, semmai soltanto aggiungendo qualche personale considerazione a latere.
Alziator, si sa, aveva il gusto delle distinzioni. Da quello scrittore finissimo che era mise un colore diverso ad ogni quartiere cittadino, tanto più nelle sue pagine raccolte nel postumo “L’elefante sulla torre”: citò Castello per i “pisciatinteris”, gli stampacini per i “cuccuru cottu”, i lapolesi (come sua madre Efisia Poma, che fu nativa appunto della Marina) come i “culu infustu” e i villanovesi come “inforra Cristu”, per via di quella sinagoga ebraica che si disse preesisteva, forse nel primo millennio, alla chiesa di San Giacomo, nonché per la presunta tirchieria dei residenti del quartiere, i quali avrebbero utilizzato la stessa croce di Cristo quale legna da ardere.
E quindi ricamò sulla Cagliari quasi “federazione” di cittadelle costituitesi alla fine del ‘200/primi del ‘300 – quando da Sant’Igia, distrutta dai pisani, i cagliaritani si portarono a valle orientale e occidentale del colle di Castello. Fu così per sei secoli. E per documentare quel che poi lui stesso impreziosì con la sua scrittura – dico delle distinzioni fra quartieri – richiamò addirittura un autore che abbiamo conosciuto nei nostri lontani anni liceali: il pisano-fiorentino Fazio degli Uberti, il poeta-geografo che, pochi decenni dopo la morte di Dante, produsse quel poema didascalico – “Il Dittamondo” – che guardava anche alla Sardegna e alle sue maggiori città, citate in orizzontale, come di pari dignità: “Sassari, Bosa, Callari e Stampace / Arestan, Villanuova e la Ligera [Alghero]”…
E a dar maggior merito rappresentativo a Bacaredda – ma questo lo dico io, non Alziator – mi vien da pensare che nella successione delle sue abitazioni Bacaredda ebbe residenza, dopo che nella nativa Stampace (via Angioy), anche alla Marina (via Manno e viale Umberto [poi Regina Margherita]) ed a Villanova (via San Giovanni, dove morì).
Si sofferma, Alziator, a pennellare la Cagliari della infanzia e adolescenza di Bacaredda, prendendone la materia dalle descrizioni di Carlo Brundo: “La città era… piccola, uggiosa e malinconica; chiusa per ogni dove da cinte, muraglie, forti, contrafforti… percorsa da pattuglie… Risse, battibugli, pettegolezzi non si lasciano desiderare…”.
Dice poi dei suoi studi universitari, completati nel 1871, l’anno successivo alla presa di Roma e dunque al completamento del risorgimento patrio. Dice delle collaborazioni giovanili ai giornali (fra i primi uno che si chiamava A Vent’anni) e delle sue prime prove letterarie. Negli anni ’70-80 dell’Ottocento la Sardegna letteraria fu vivacissima e ben collegata alle correnti culturali del continente.
“Tra il volgere del vecchio secolo e il sorgere del nuovo, con il politicizzarsi dei tempi, si politicizza Bacaredda e con lui la città”. Così scrive Alziator, il quale indica il Castello come quel “centro direzionale classista e dispotico” che proprio allora, con Bacaredda sindaco, avvia il proprio declino a favore dei quartieri di basso.
Il municipio edificato nella via Roma aveva un grande valore simbolico: via Roma voleva dire il porto, il porto significava i traffici commerciali come vocazione e maggiore risorsa di una città di mediazione quale Cagliari era, porta in entrata e in uscita dell’Isola.
La borghesia era allora il ceto che, dopo aver sostituito la nobiltà nella conduzione degli affari economici, doveva sostituirla anche nella guida politica della città. Bacaredda – dice in sostanza questo, Alziator – fu l’interprete maggiore di tale nuova stagione storica.
E di benemerenza ne aggiungerei un’altra, a conclusione, accostandomi allo spirito umanitario e sociale del nostro Alziator. Nell’autunno 1911, riprendendo la guida comunale dopo una vacanza di quattro anni, Bacaredda chiedendo la fiducia del Consiglio comunale delineò i caratteri di quella “democrazia” che avrebbe dovuto presentarsi come evoluzione del “liberalismo” classico, il liberalismo dei notabili, da cui lui stesso veniva. Non era socialismo, era democrazia: non ripeterò quel discorso che fu forse il più alto della lunga stagione bacareddiana e che ben si collegava al suo patronato alla Società operaia di mutuo soccorso.
Il merito di Alziator è di averci presentato, lui per primo, la dimensione storica di Ottone Bacaredda. Anche per questo gli siamo grati.
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  • 12 aprile 2017