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Percorsininterrotti: materiali altri. Seconda ripresa della mostra dedicata a Rosanna Rossi

Dopo la prima parte dell’esposizione dedicata a dipinti e incisioni, dal 22 luglio al 30 ottobre 2016 presso C.ARTE.C Cava Arte Contemporanea saranno protagoniste le opere sperimentali e materiche. Inaugurazione giovedì 21 luglio, ore 19.00. A cura di Maria Luisa Frongia, Marzia Marino e Anna Maria Montaldo.
Percorsininterrotti: materiali altri. Seconda ripresa
Percorsininterrotti: materiali altri. Seconda ripresa
Dopo l’apertura il 31 maggio scorso della prima sezione della mostra “Percorsi ininterrotti”, si apre il 22 luglio la seconda ripresa dell’intensa monografica su Rosanna Rossi, nata a Cagliari nel 1937 e tra i più significativi esponenti dell’astrazione in Italia, all’interno della suggestiva sede di C.ARTE.C.

C.ARTE.C (Cava Arte Contemporanea) rappresenta, dal dicembre dello scorso anno, uno spazio esclusivo, aperto a progetti di Arte pubblica;
un insieme di grottoni che in passato fungevano da rifugi antiaerei durante la Seconda Guerra Mondiale, sviluppandosi per circa 800 mq;
un cantiere sotterraneo dove si incrociano diversi linguaggi – installazioni, video, suoni, performance e altre forme di espressione – allo scopo di promuovere un legame tra museo e tessuto urbano, tra museo e paesaggio circostante.
Sarà proprio qui che verrà esposta una coinvolgente selezione di opere realizzate da Rosanna Rossi a partire dagli anni Novanta.
Un affondo sulla ricerca e sulle continue sperimentazioni di materiali da parte dell’artista, che dall’informale sconfinano nella pratica dell'assemblaggio e del ready made.

Trait d’union tra i due percorsi espositivi, sono i due grandi sacchi di juta di 1992 Firenze Solingen Sarajevo, un progetto della Galleria Comunale d’Arte datato 1993, amara riflessione sui crimini di mafia, sui genocidi di natura xenofoba, sui disastri e drammi della Guerra che ha impregnato di sé le pareti rocciose di questa cava e alla quale Rosanna Rossi, all’alba del nuovo millennio, ha dedicato un’altra opera, Gerusalemme,  porta e passaggio chiuso da un muro di filo spinato che con la sua respingenza allude ad antichi e moderni conflitti mai risolti.

Dallo stesso spirito sono pervase le sedici sfere, grovigli di filo di ferro, adagiate come bombe inesplose, là dove, ormai più di settanta anni fa, adulti e bambini si sono stretti in un abbraccio consolatorio, nell’attesa della fine dei bombardamenti.

Convivono, in un dinamico percorso, oggetti “pacifici” di uso comune, scovati in drogheria, osservati, scelti e modificati da Rosanna Rossi anche e soprattutto per le caratteristiche dei materiali, nella convinzione che ferro, plastica, vetro, legno vivano nell’oggetto che li rappresenta. Così singoli elementi, sapientemente assemblati, acquistano un senso totemico, divenendo metafora dell'esistenza.

Le pagliette d'acciaio, duttili e morbide, si trasformano in anemoni di mare, costruiscono "mari di ferro", arcipelaghi che, nelle infinite variazioni cromatiche del metallo, rivelano il gusto e l’esigenza, memori della filosofia del Bauhaus, da parte dell’artista-artigiana, di lavorare col cervello ma anche con le mani, di ricercare e di trovare nel quotidiano gli strumenti del fare.

La riflessione sulla società contemporanea parte dalla conoscenza e dalla pratica del lavoro femminile e, inevitabilmente, con la ripetizione, con il numero e la serialità, diventa espressione della omologazione e massificazione dell’età moderna.

Sono esemplari in tal senso i guanti di plastica da cucina che ogni donna comune utilizza per i lavori domestici, resi unici da Rosanna Rossi con l’aggiunta del colore, dai neri drammatici al giallo, simbolo di intelligenza e di luce.

I riferimenti dell’artista colta sono molteplici: le Panatenaike di Fidia, Mario Sironi, Giorgio De Chirico, la Pop Art e gli artisti americani del New Dada; ma anche lo star system, le celebrità che immergono le mani nel cemento e utilizzano la propria impronta per lasciare un segno di sé nella storia.

Così si allineano i vetri ormai opachi di Muro di bottiglie, una moderna torre di Babele, riferimento puntuale al consumismo.
Quattrocentoventi bottiglie in vetro colorato, raggruppate per tonalità, impilate, quindici su quindici, in ventotto cassette di acciaio inox, le cui linee rigorose e pulite contribuiscono a suggerire l'idea di una composizione astratta. Queste gabbie metalliche proteggono la materia fragile e al contempo ne impediscono qualsiasi libera espressione.

Fuori da queste armature i vetri esplodono, si frantumano per ricomporsi in caleidoscopici mosaici come il Grande cerchio di piazza Galilei o la Meridiana di Quartu Sant’Elena o, semplicemente, assemblano ordinatamente i loro cocci entro traversine d’acciaio per comunicare, con un’operazione di “recoupage” una riflessione dell’artista sulla corsa allo scarto, sulle terribili e attualissime verità che riguardano lo smaltimento dei rifiuti.

Su tutti questi lavori emerge la componente geometrica razionale, pratica che ritorna costantemente nella produzione di Rosanna Rossi in una sorta di guida compositiva.
Così come nelle Bituminose, paesaggi naturali e metropolitani nei quali la costituzione, apparentemente fragile della materia, nera, densa, viscosa, ma sorprendentemente splendente, è capace di creare forme e masse ben definite.
Varchi che si spalancano su scenari lunari, porte e finestre che si affacciano sull'infinito.

L’esposizione si arricchisce di un montaggio video che propone una selezione d’interviste all’artista, approfondimenti sulla sua poetica e sul linguaggio tecnico, e le immagini più significative degli interventi di Arte pubblica, compresi alcuni disegni inediti dei progetti, tessere imprescindibili per ridisegnare i percorsi ininterrotti di Rosanna Rossi.
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  • 18 luglio 2016